Il Piemonte cresce, ma cresce senza portare con sé lavoro.
È la fotografia che emerge dai dati del secondo trimestre 2026 elaborati dal Comitato Torino Finanza della Camera di Commercio di Torino: il PIL (Prodotto Interno Lordo) regionale ha registrato un incremento dello 0,86%, il terzo aumento trimestrale consecutivo, ma nello stesso periodo gli occupati sono calati dell’1,3% rispetto all’anno precedente, con una perdita stimata di circa 35.000 posti di lavoro rispetto al picco occupazionale raggiunto nel 2025.
Il dato più significativo riguarda la distribuzione settoriale di questa divaricazione. A trainare la crescita del PIL sono soprattutto le costruzioni e il turismo, due comparti storicamente meno legati alla stabilità occupazionale di lungo periodo rispetto all’industria manifatturiera. È proprio la manifattura, per decenni motore dell’economia piemontese e cuneese, a pagare il prezzo più alto della contrazione: un settore che tradizionalmente assorbe una quota rilevante di profili dirigenziali e di quadri apicali, e che oggi mostra i primi segnali di un ridimensionamento strutturale piuttosto che di una semplice fase congiunturale.
Il fenomeno non è isolato. Si inserisce in un quadro regionale segnato da difficoltà diffuse nel comparto automotive — a partire dagli stabilimenti Stellantis di Mirafiori, alle prese da mesi con fermate produttive intermittenti per carenza di componenti — e da un più generale rallentamento degli investimenti industriali, in un contesto internazionale reso incerto da tensioni geopolitiche e costi energetici ancora elevati rispetto ai livelli pre-crisi.
Per chi guida imprese o funzioni industriali in Piemonte, il messaggio che arriva da questi numeri è di cautela metodologica prima ancora che di allarme. Un dato macroeconomico regionale positivo, se letto in modo aggregato, può nascondere dinamiche molto diverse a seconda del settore e del territorio: la crescita del PIL non compensa, da sola, l’erosione occupazionale in atto nel comparto manifatturiero, né garantisce automaticamente la tenuta delle filiere produttive locali.
È un’indicazione particolarmente rilevante per i dirigenti che in queste settimane stanno definendo i piani di organico per i prossimi anni: la pianificazione delle risorse umane, secondo gli analisti, dovrebbe guardare con più attenzione alla salute della propria filiera specifica — fornitori, clienti, indotto — piuttosto che al solo andamento macroeconomico regionale, che nella fase attuale rischia di restituire un’immagine più rassicurante di quella reale.
Resta da capire se la seconda parte del 2026, con la ripartenza produttiva di Mirafiori e i nuovi bandi regionali per l’attrazione di investimenti, riuscirà a invertire la tendenza occupazionale, o se il divario tra crescita del PIL e tenuta del lavoro diventerà un tratto strutturale dell’economia piemontese nei prossimi trimestri.
Fonte: Ossolanews.it, dati Comitato Torino Finanza – Camera di Commercio di Torino (17 agosto 2026)







